Insegna reportage presso l’Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata di Roma. Le sue foto sono conservate presso la biblioteche e musei nazionali. Pubblica alcuni libri su temi antropologici e sociali, tra i quali: Cooperazione in Trentino Alto Adige ed. Brennero der Brenner Trento 2003 Non fare il turista vieni in Trentino ed. Brennero der Brenner Trento 2001 Gente di miniera casa editrice Ilisso (Nuoro) 1999 Ammentos catalogo sulle feste popolari in Sardegna 1997 Gesti casa editrice Sinnos (Roma) 1996 180 Basaglia casa editrice Sinnos (Roma) 1996 Terr' 'e miniera edizione associazione Minatori Iglesias 1993. Espone in gallerie e musei nazionali e internazionali come l’Opera House del Cairo, la galleria Mole di Tokyo, Palazzo delle Esposizioni di Roma, il centro Santa Chiara di Trento, l’Università La Sapienza e di Tor Vergata di Roma ecc. Collabora con il teatro Eliseo e la Banca di Roma per la preparazione di una cartella di manifesti sulla programmazione teatrale 1998-'99. Cede i diritti di riproduzione per sette schede telefoniche da collezione della azienda Tiscali . Collabora attivamente con il musicista Enzo Favata per il quale cura le copertine dei suoi ultimi dischi. Secondo premio al concorso fotografico sulle nuove tecnologie indetto dal Centro Studi di Storia del Lavoro di Imola. E’ menzionato nel 1999 nell’annual dell’art director club nella categoria migliore foto. rafforza il suo impegno didattico e è nominato vicedirettore dell’Istituto Superiore di fotografia di Roma. lavora su progetti personali. Svolge un reportage ad Haiti per conto della sezione italiana di “Medici Senza Frontiere”. Tiene due workshop per fotogiornalisti al Cairo. Collabora e ha collaborato con testate giornalistiche nazionali ed internazionali. Quindi tutti noi abbiamo un rapporto giornaliero con abitanti dello Sri Lanka e non realizziamo al momento dell’incontro che qull’uomo proviene da una delle culle del Buddhismo, subito dopo esserci rifiutati di dare pochi spiccioli per la pulizia del vetro andiamo all’edicola ed assieme al corriere della sera compriamo magari l’enciclopedia del buddhismo. Quando ho registrato in me questo schizofrenico comportamento ho deciso di approfondire il tema e dopo aver condotto una inchiesta fotogiornalistica circa il buddhismo in Italia ho deciso di seguire con la mia macchina fotografica un gruppo di buddhisti italiani in un Pellegrinaggio in Sri Lanka. Un viaggio di un mese dal quale è scaturuto un fotoreportage di 30 foto selezionate tra circa cinquemila immagini e che ha avuto l’effetto di mostrarmi nuove frontiere del pensiero dell’uomo. E’ forse per questo motivo che in fase di selezione delle immagini il mio lavoro ha preso un taglio didattico. I LUOGHI DEL BUDDISMO IN SRI LANKA La religione prevalente nello Sri Lanka e' il buddhismo Theravada che si contraddistingue per la aderenza al pensiero originale del Buddha. Questo potrebbe far pensare ad una religione integralista, in realta' non è raro incontrare per le vie di Colombo cerimonie religiose di ogni tipo e confessione, in contrapposizione con un’organizzazione religiosa e politica che vede addirittura il Presidente della Repubblica come "alto custode della religione buddhista". La vivacita' e la diversita' degli eventi religiosi, degli odori, dei simboli, della gente di tante le etnie si fonde in un atteggiamento di compostezza e di serenita', presente sia sui volti dei flagellanti indu', che in quelli austeri e benevoli dei monaci buddhisti, che nei sorrisi semplici dei bambini evangelici. L'impronta del pensiero buddhista si trova ovunque in Sri Lanka, a partire dalla gestualità. del pescatore immerso fino alla cintola nell’oceano fino a quella della raccoglitrice di tè di Nuwara Eliya che, abbigliata come una principessa, procede tra gli arbusti cogliendo i germogli con un movimento sicuro e leggero allo stesso tempo; o ancora la fatica del restauratore delle antiche grotte di Dambulla che con strumenti primitivi macina la pietra per produrre uno stucco in grado di riparare i danni che il tempo ha causato a questi luoghi di memoria.Anche dai ruderi delle antiche citta' si desume un’attitudine alla religiosita' degli abitanti dell'isola. Per capirlo basta salire gli innumerevoli scalini che conducono sulla rupe dove fu costruita Sigiriya, antica capitale cingalese, ed affacciarsi ad osservare il panorama che la circonda, oppure visitare Polonnaruwa con i suoi innumerevoli templi ed il monumentale Gal Vihara dove pellegrini e turisti si affollano a decine di migliaia ogni anno per vedere i giganteschi Buddha in pietra o ancora Anuradhapura o Kataragama, Kandy, Mihintale, Weheraena, Asoka: citta' sacre, luoghi sacri all'interno dei quali sono presenti altri "luoghi" del buddhismo costituiti da volti, danzatori, semplici fiori di loto, angoli di strade, venditori di icone, sorrisi, musicisti, donne, bambini, monaci, eremiti, incensi, statue, ed altro. Tutti questi "luoghi" sono presenti nel piu' profondo della nostra memoria, immagini di una cultura che suscitano nostalgia per una dimensione del vivere che sta scomparendo soffocata dal contagio della modernita' occidentale. Haiti è un luogo leggendario. Tutti gli aspetti che lo riguardano, dalle sue vicende storiche a quelle culturali e politiche, assumono valore di eccezionalità. Unico è il carattere di ogni individuo. Tra uomini e donne della metà dell’isola di Hispaniola puoi trovare demoni e angeli, dei e capitribù, guerrieri e artigiani, artisti e matriarche. Li vedi nei luoghi comuni. Può capitare di parlare in un bar con Erzulie Freda divinità dell’amore, o con Baron Samedì incarnazione di Gede, signore del mondo dei morti o incontrare in un mercato Erzulie Dantor, protettrice delle maternità o Agwe, spirito del mare. Il periodo di iniziazione per ogni adolescente slitta progressivamente verso le età più basse. Le prove di coraggio, tipiche delle società primitive, rappresentate talvolta da permanenze di brevi periodi presso luoghi inospitali, vengono sostituite dalla vita di tutti i giorni. Ad Haiti un atto di coraggio è costituito dalla capacità di adattarsi al quotidiano, il reperimento e la condivisione del cibo per tutta la famiglia. Tutto questo esalta l’essere umano collocandolo in un gioco di virtù e di miserie di fughe bibliche e atti di eroismo. Il coraggio di sopravvivere è invariato, cambiano gli avversari e gli alleati. Haiti è il mondo delle contraddizioni in cui coesistono il permanere del sentire animistico e il disboscamento sistematico del territorio. Io ho avuto la fortuna di conoscere quest’isola e questo popolo, anche se per pochi giorni nella primavera del 2002. Ho vissuto questi giorni nella capitale Porta au Prince e la regione dell’ Artibonite. Ho avuto la fortuna di guardarlo ospite dei Medici Senza Frontiere: un gruppo di infermieri, autisti, logisti, anestesisti, chirurghi e levatrici profondamente inseriti nel territorio che condividono il sogno che il mondo possa vivere senza più emergenze sanitarie. Nello specifico haitiano il loro progetto è legato allo sviluppo di strutture che permettano un abbassamento dei livelli di mortalità per madri e neonati nella fase della gestazione e del parto. Il loro intervento spazia dalla formazione del personale locale all’esecuzione di interventi medici e chirurgici. Di Haiti mi rimane l’immagine di uomini in catene che cercano di diventare padroni della loro esistenza, prerogativa da estendere a tutto il mondo e a noi stessi, in un pianeta in cui i modelli culturali autonomi e originali sembrano soccombere al prevalere di una cultura unica. Di Haiti mi rimane il ricordo dell’amico Mercidieu: il creolo che con uno sguardo ferma una folla e con un gesto la dissolve. Ichnusa è l’antico nome della Sardegna, ma questa grande isola del Mediterraneo è stata denominata dagli antichi in altri cento modi, a sottolinearne la ricchezza del territorio, dei suoi abitanti e della originale e antica cultura. Sono per l’appunto questi aspetti che hanno affascinato viaggiatori del calibro di Lawrence , che mi hanno spinto ad iniziare un viaggio in questo piccolo continente. Le immagini che ho scattato negli ultimi cinque anni trattano di lavori estremi, di paesaggi incontaminati, di feste spesso in bilico tra il sacro ed il profano, di gente dalla storia antica. Questo lavoro vuole parlare del viaggio che i sardi intraprendono, portandosi negli occhi il colore del cielo e quello della propria terra. Questo lavoro, nelle mie intenzioni, vuole parlare di quel sentimento che ci pervade tutti quando decidiamo di continuare a conoscere e iniziamo un viaggio. Queste foto sono state scattate nell’Iglesiente, nel Sulcis nel Guspinese e nel Fluminese, nei suoi villaggi e nelle cittadine con nomi storici, famosi.Portano, questi luoghi, nomi come: Iglesias, Carbonia, Fluminimaggiore, Guspini, Cortoghiana, Buggerru, Bindua ed altri ancora.La vita della miniera è dura. Basta solo bardarsi per scendere nei pozzi per accorgersene. Lampade, elmetti, cinturoni e respiratori costituiscono allo stesso tempo peso ed ingombro e fonte di salvezza in caso di incidente. Ma la vera durezza del lavoro sta nello scavare il minerale, gli sbalzi di temperatura la durezza del fronte, il buio continuo rotto dal neon o dalle lampade dei minatori.E' dura entrare con il buio alla mattina presto ed uscire dalla miniera, quando è ancora buio, vivendo in una dimensione fatta di oscurità; è duro il ricordo di un incidente sul lavoro nel quale hai perso un compagno, è duro vivere in una famiglia di quattro persone con uno stipendio di poche centinaia di euro. Da qualsiasi parte del territorio è possibile vedere una miniera, da alcuni villaggi è addirittura possibile seguire il tragitto del proprio congiunto verso il lavoro. E' duro anche i paesaggio. E così anche gli uomini e le donne diventano duri. I bambini da piccoli diventano duri, le mascelle, gli zigomi, gli occhi sono duri anche se leggermente lucidi come in uno stato di febbrile dominazione dei sentimenti.Il lavoro consiste nel praticare dei lunghi fori all'interno della montagna che poi vengono caricati con dell'esplosivo che viene fatto brillare.Se partendo da questa scarna descrizione riuscirete ad immaginare a quali rischi è esposto chi lavora, sarete anche in grado di comprendere quali sentimenti di solidarietà di profonda amicizia possano instaurarsi tra colleghi durante un turno di lavoro. Sentimenti che nascono nel silenzio, all'interno di un'atmosfera fatta di un "buio" e di un "vuoto" che crea smarrimento per chiunque scenda per la prima volta nel sottosuolo. Ho avuto modo di documentare la demolizione degli stabilimenti industriali che sono stati prima dell'Ilva e poi dell'Italsider. Quando si affronta un lavoro di questo genere c'è una fase preliminare di documentazione nella quale a parte l'analisi del problema si attivano particolari attenzioni anche rispetto alle opinioni delle persone che ti circondano. Ho scoperto, in quella occasione, quanto sia diffusa anche in ambienti insospettabili, la convinzione della necessità che la classe operaia scompaia. Non è difficile ascoltare un giovane proletario di una periferia di una qualsiasi città, proporre questa tesi con certezza, e con un distacco che esprime il seguente concetto : "mio padre non esiste, la mia storia non esiste, ed anche io non mi sento tanto presente". Arrivato a Bagnoli, però, la visione desolante dello smantellamento del complesso industriale, ha ancor più rafforzato in me, la convinzione che la distruzione fisica di un luogo sia solo la conseguenza di una strategia atta a cancellare la consistenza di una storia ed una cultura. Quella consistenza, che ha rappresentato e rappresenta i motivi dell'orgoglio di una classe e che per molti individui ha costituito lo strumento fondamentale per l'affermazione del proprio progresso sociale. Lo spazio, all'interno delle mura della fabbrica, che a prima vista sembrava un deserto era, invece, popolato di ombre silenziose intente ad ammassare detriti, trasportare tondini contorti, tagliare con la fiamma quella che per un lungo periodo era stato il simbolo del proletariato napoletano. Facendo uno sforzo di concentrazione potevo percepire una presenza attraverso un fruscio, oppure intravedere un'ombra spostarsi dietro una vetrata non più trasparente, o ancora ascoltare il silenzioso dialogo di due sagome in controluce. Ma più lavoravo, più quelle ombre si definivano e divenivano mani e volti, corpi e gambe. Mani con calli e ferite da lavoro e volti con rughe come meridiane del tempo vissuto.Di questo lavoro ho ben presenti le sensazioni ricevute. Ricordo suggestioni avvicendarsi nella mia mente. Disordinate idee accumulate nel corso degli anni: alcune fotografie di Walker Evans e Dorotea Lange, brani letterari di Steinbeck ed Agee, alcune di ballate di Woodie Guthrie. Ricordo sole e terra arida e silenzi e uomini come fantasmi e rovine e mare Ricordo di avere immaginato quegli uomini veri fuori da quelle mura al bar o magari a casa con i loro figli veri e le loro mogli, e la spesa vera anch'essa, ed i libri da comprare per la scuola, la luce ed il telefono. Il pane. Tutto vero. Ricordo di aver pensato: "questa gente esiste perché se non esistesse non soffrirebbe per le diseguaglianze e le ingiustizie e non soffrirebbe per la fame di cibo e per la fame di conoscere. Se non esistesse non sentirebbe il bisogno di partecipare al progresso della società.Se in linea di principio è bene che un fotoreporter cerchi di mantenere una distanza dai temi che analizza, nella realtà questo distacco non è affatto scontato. E le sequenze di quei volti che adesso affollano il mio tavolo di lavoro, mi impongono riflessioni e dubbi mi suggeriscono degli insegnamenti.Mentre ripenso al giovane proletario senza padre, senza storia, senza avvenire tra le altre riflessioni emerge con forza un dubbio: può la memoria restituire l'orgoglio, può la memoria nutrire le speranze? Olzai Le foto sono state scattate durante il mercoledì delle ceneri del 1998. Sos intintos abbigliati con vesti, zippone e antalera girano dalla mattina alla sera per le vie del paese, trasportando i due fantocci: Zuvanne Martis Sero e Ziu Baga Biu. Quest'ultimo verrà bruciato all'imbrunire.Ovodda Le foto sono state scattate durante il mercoledì delle ceneri dal 1995 al 1998. In questa giornata tutto è ammesso tutto è possibile ed ognuno sfila per le vie del paese mascherandosi come crede e tingendosi il viso di nero con sughero bruciato od altro. Alla fine della giornata un pupazzo viene processato sulla pubblica piazza e bruciato.Orotelli Le foto sono state scattate tra il 1995 e il 1997. Le maschere che popolano il paese nel periodo di carnevale indossano un gabbano nero di orbace con il cappuccio calato, i visi sono anneriti dalla fuliggine di sughero. I turpos (orbi) "boes" legati al mondo animale portano dei campanacci e sono le fgati e condotti da i turpos "boinarzu". Negli ultimi anni è stata riscoperta e ricostruita dallo scrittore Lorenzo Pusceddu la maschera di sos eritajos (portatore di ricci) vestito di bianco si presuppone derivi da una origine rituale magico-religiosa. Samugheo Le foto sono state scattate tra il 1996 ed il 1997 le maschere che sfilano durante il carnevale di Samugheo sono essenzialmente tre: s'urtzu è vestito con pelle e corna di caprone ed è legato alla vita da su 'omadore che ne controlla i movimenti e che cerca di dominarlo e i mamutzones vestiti anch'essi con pelli e corna di capra inscenano una danza circolare attorno all'azione di s'urtzu e di su 'omadore. Alcuni studiosi affermano che i campanacci dei mamutzones hanno durante lo svolgimento della sfilata il compito di allontanare gli spiriti del male. Durante il corso della festa più volte s'urtzu cade morente e altrettante volte si rialza e rinasce.Fonni Le foto sono state scattate tra il 1997 e il 1998 Durante il Carnevale di Fonni s'Urthu si divincola scalcia e carica con tutta la sua potenza animale e primordiale, le strade sono piene di sa maschera limpias balla il ballo tondo al suono dell'organetto. Mamoiada Le foto sono state scattate dal 1995 al 1997. Il carnevale di Mamoiada rappresenta Il momento più conosciuto dei riti carnevaleschi della Barbagia. Conosiuti in tutto il mondo sono le figure del mammuthones e degli issohadores. I primi sfilano in una suggestiva processione danzata ritmata dai comandi visivi dell'issohadores e del rumore dei campanacci. Ottana Le foto sono state scattate tra il 1994 e il 1998.Boes e Merdules sono le maschere che ad Ottana si contendono durante il carnevale lotte che finiscono irrimediabilmente con la vittoria dell'umano sull'animale. Gavoi Le foto sono state scattate tra il 1995 ed il 1998.Il carnevale di Gavoi è unico. A differenza degli altri paesi barbaricini il giovedì grasso non lottano uomini ed animali ma sfilano senza regole ed ordine per le vie del paese vecchio sos Tumbarinos. Si può affermare con limitate possibilità di errore che quasi ogni abitante possegga un tamburo e ne faccia uso durante quel magico giorno. Alghero Le foto sono state scattate tra il 1996 e il 1997.La Settimana Santa di Alghero è quella che più si avvicina alla tradizione spagnola con i suoi incappucciati la celebrazione dei riti pasquali assume un carattere esotico e misterioso. Le celebrazioni sono condotte dalla Confraternita della Misericordia Nulvi Le foto sono state scattate tra il1997e il 1998.Il paese di Nulvi è famoso per i suoi Candelieri ma i riti della Settimana Santa organizzati dalla Confraternita della Santa Croce assumono la stessa solennità, il paese è teatro di moltissime iniziative da sa missa fui- fui a s'iscravamentu a s'incontru.Sassari Le foto sono state scattate tra il 1995 e il 1997.Le antiche confraternite di Sassari danno luogo a varie e solenni celebrazioni durante la Settimana Santa. Al di là dell'indiscussa spiritualità e partecipazione popolare la presenze di più confraternite crea una sorta di competizione nelle celebrazioni dei vari rioni. (Confraternita di Santa Croce, dei Servi di Maria, dei Santissimi Misteri e dell’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento) Castelsardo Le foto sono state scattate tra il 1995 e il 1997.La particolarità delle celebrazioni della Settimana Santa di Castelsardo stanno nella giornata del Lunedì Santo giorno in cui si svolge una suggestiva processione cantata per le vie del paese completamente prive di illuminazione per l'occasione. Famosi in tutto il mondo i cantori della Confraternita dell'Oratorio di Santa Croce D'istinto ti volti. Spaventoso. Incombe minaccioso. Proprio sopra di te. Un animale? Un demone? Il velo del tempo è squarciato. La logica non aiuta più. Animali-uomini e uomini-animali ti mugghiano contro da musi di legno. Suoni antichi. Misteriosi. Sentimenti ancestrali riemergono da profondità dimenticate. Il carnevale in Barbagia è questo: affondare in un passato atavico, scuotere la ragione e ricondurla a rapporti primordiali.Restituirne emozioni, suoni, atmosfere per un fotografo è una sfida difficilissima, come quella accettata in questo lavoro sulle feste popolari in Sardegna. Non documentare le maschere, i movimenti, la struttura della festa. Piuttosto penetrare nel senso stesso delle maschere. Divenire uno con il sentire comune. Restituire tutto in immagini. In visioni che nascono fra le maschere del Carnevale Barbaricino o fra la gente in processione durante la Settimana Santa nel Sassarese. Qui la tradizione è più facile da comprendere. Il passato più vicino. Il sentire ugualmente viscerale. Profondo. I Misteri si ripetono in ogni uomo. In ogni donna. Sono nell’aria. Nelle immagini.L'energia sale come un'onda fra la folla. Senti il legno trasformarsi in carne. Esplodono emozioni cullate all'ombra della storia e della religione. Vedi Cristo correre veramente. Passare sulla testa della gente. Anche la morte diventa concreta. E' lì sotto i tuoi occhi. La puoi perfino toccare, fra le mani di quell'uomo che ne sostiene il teschio.Queste immagini hanno vita autonoma. Generano suoni, ricostruiscono sensazioni che non si possono spiegare. Rappresentano lo sforzo per non descrivere la sola apparenza più evidente. Sono impegno nella ricerca di radici più profonde. Creano un contatto con culture antiche che si rinnovano di continuo senza dimenticare le proprie origini.